31 ottobre 2013

L'amene de le muèrt e la notte di Halloween | LIBRO TOUR APULIA

Festa che viene dall'Irlanda, quella di Halloween, passando per l' America e ormai da molti anni tanto festeggiata anche nel nostro Paese. Da nord a sud spesso, però fortunatamente, le tradizioni ed i riti nostrani non sono stati dimenticati e continuano ad essere tramandati e praticati. 
Già a partire dall'anno 835, infatti, era in uso anche da noi festeggiare i morti sia per combattere il dilagarsi dei riti pagani ma soprattutto per rendere omaggio alla memoria di chi non c'era più. 
Come descrive sapientemente Pietro Sisto nel libro "I giorni della festa. Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà" (edito da Progedit, 208 pagine con illustrazioni a colori) il mese di Novembre da sempre è stato dedicato al dialogo tra i vivi e le anime dei defunti che ritornavano nei loro paesi e nelle proprie abitazioni bisognosi di preghiere ma anche di cibo e bevande. Vagando per le vie e le piazze dei paesi ritornavano nelle loro case per riposarsi sui propri letti, lasciando dolci e leccornie nella "calza dei morti" per i bambini: fichi secchi, dolci e biscotti per i più buoni, cenere, carbone e scarpe rotte per i più cattivi. 
Le strade di Orsara, in provincia di Foggia, da lunghissimo tempo sono illuminate nella notte del 31 Ottobre da zucche lunghe e verdi con all'interno i lumini ed in gran parte del sud Italia gruppi di giovani mascherati hanno sempre avuto l'abitudine di andare di casa in casa chiedendo l'amene de le muèrt,le provviste per le anime del Purgatorio, in cambio di qualche preghiera. Nessuno si  è mai rifiutato di offrire loro fave, qualche dolce e frutto.
Più recentemente ad Alberobello spesso risuonavano per le viuzze circondate dai trulli le parole "Trick track" introdotte dagli emigranti dei primi anni del 1900 di ritorno dall'America, traduzione dialettale del "Trick or treat" ovvero "Dolcetto o scherzetto". In qualsiasi epoca storica e continente si è sempre cercato di esorcizzare la morte, un tempo cercando il dialogo con le anime dei defunti ora con travestimenti e maschere paurose. 


Pietro Sisto è docente di Letteratura italiana e di Storia del libro e dell’editoria nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari.
Si è prevalentemente interessato di problemi di carattere letterario e di storia della cultura con particolare riferimento al Mezzogiorno d'Italia. Primo frutto di questi studi il lavoro monografico "Due medici il principe di Taranto e la peste" pubblicato nel 1986 presso l'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale di Napoli. Si è anche occupato di storia della stampa e dell'editoria con due contributi scritti per la laterziana "Storia di Bari" e con il corposo volume "Arte della stampa e produzione libraria a Bari. Secoli XVI-XIX" (Schena, Fasano 1994, rist. 2006). Dirige la collana di storia del libro e della cultura nel Mezzogiorno d'Italia "All'insegna del colombo d'oro" (Schena) nella quale sono apparsi "Quell’ ingordissima fiera. Letteratura e storia della peste in Terra di Bari" (1999), "I fantasmi della ragione. Letteratura scientifica in Puglia tra Illuminismo e Restaurazione" (2002), "La parola e il segno. Letteratura delle immagini e immagini della letteratura in tipografia" (2006). Nella collana "Il paese di Cuccagna" da lui diretta per i nostri tipi ha pubblicato "L’ultima festa. Storia e metamorfosi del Carnevale in Puglia" (2007) e curato, insieme a Piero Totaro, "Il Carnevale e il Mediterraneo". Recente la pubblicazione per i tipi dell’editore Fabrizio Serra del volume "Legato son, perch’io stesso mi strinsi. Storie e immagini di animali nella letteratura italiana. I."(2010).


Photo Credits: Andy Hay
Testo e recensione: Barbara Bovio




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